La crisi, l'ottimismo, il futuro
Sesto San Giovanni, 3 luglio 2009
Molti, troppi, politici e analisti non ci dicono la verità sulla crisi.
E non lo fanno perché sono cattivi o non hanno capito (beh, qualcuno è anche cattivo e qualcuno non ha capito…), bensì perché una crisi "passeggera" si può pensare di risolverla con poche misure mentre una crisi "strutturale" avrebbe bisogno di misure ben più importanti, e complesse, da prendere.
Il problema non è, infatti, come sembra leggendo i quotidiani italiani e ascoltando i nostri politici, quando usciremo dalla crisi, intendendo, con crisi, tutto ciò che è successo dopo, per capirci, la "finanza creativa" degli speculatori USA su case e valori immobiliari in genere.
Quello è stato un momento duro, che ancora continua, ma lo possiamo paragonare ad una febbre alta che ha, però, normalmente, il vantaggio di farci scoprire la vera malattia; la febbre non è la malattia, ovvio.
Ma nella "crisi", quella vera (che chiamiamo crisi ma che è, invece, come detto, "mutazione strutturale") ci siamo dentro fino al collo ed è dovuta, principalmente, alla pressione crescente di masse di persone che, nell'est, nell'Africa e nell'America meridionale, vogliono lavorare, costano meno e, abbassando i prezzi e i margini consequenziali, ci "costringeranno", ci piaccia o no, a cambiare il nostro modo di vivere.
Molti di questi paesi, peraltro, non esportano più solo manodopera bensì "importano" aziende che vengono delocalizzate dall'occidente.
Il nostro paese è uno dei meno presenti, anche se molte, e cresceranno, sono le aziende italiane che già hanno delocalizzato.
E qui non ci sono giudizi moralistici (gli industriali che "abbandonano" il loro paese sono cattivi e quelli che restano sono buoni, per esempio, qui spesso si tratta di decidere se continuare o se chiudere), qui si parla di condizioni materiali e, non ci sbagliamo, oltre ad essere un fenomeno assolutamente inarrestabile, sarebbe anche sbagliato tentare di arginarlo con misure sbagliate e momentanee.
Il meccanismo della "crisi strutturale" è molto semplice.
I prodotti, e i servizi, prodotti con un costo del lavoro come quello occidentale costano molto di più (e, ovviamente, più la componente forza lavoro è elevata all'interno della struttura di costo del servizio/lavoro e più questo problema si sente) e chi li produce in occidente si trova, se non si adegua, fuori dal mercato; tutto qui.
Non facciamo esempi ma, se ci pensate un po', credo abbiate capito.
E chi si trova fuori mercato o abbandona, e la fabbrica si chiude, o abbassa i suoi prezzi di vendita, riducendo così anche i margini e trovandosi con meno soldi per le spese fisse e per gli investimenti; è, come ben si vede, un circolo vizioso dal quale non se ne esce se non con le ossa rotte.
Ecco qual è il vero problema.
Ed ecco come è evidente che le risposte non possono che essere strutturali, profondamente strutturali, tanto da far cambiare il modo di vita al quale siamo stati abituati fino a pochi anni fa dove pensavamo che ogni generazione sarebbe stata, per forza di cose, "meglio" (non dettagliamo il concetto di meglio…) della precedente (avete idea, en passant, di quanti pensionati aiutino, oggi, i loro figli, magari già sposati e con prole, a far quadrare il bilancio mensile?).
Non è nostro compito definire le misure strutturali che andrebbero prese, ma ci limitiamo a proporre tre grandi aree di ragionamento non più procrastinabili.
